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Obiettivi formativi dottorato di ricerca
Descrizione e obiettivi del corso
Il Dottorato in Scienze Politiche esprime e coniuga le diverse esigenze di formazione alla ricerca avanzata del Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università di Messina. Il Dottorato, pertanto, si avvale delle molteplici competenze scientifiche e disciplinari presenti nel Dipartimento. Esso nasce dalla consapevolezza che soltanto un approccio di tipo multidisciplinare, tipico delle Scienze Politiche, possa fornire adeguati strumenti e metodologie di conoscenza, di orientamento e di interpretazione delle articolate sfumature che caratterizzano la complessità del mondo politico contemporaneo nelle sue diverse e variegate dimensioni, in continua e veloce evoluzione. Il Dottorato coinvolge in maniera specifica le seguenti aree di studio: Storia delle dottrine politiche; filosofia politica; Storia delle istituzioni politiche; Storia contemporanea; Storia delle relazioni internazionali; Diritto pubblico; Diritto privato; Diritto amministrativo; Diritto del lavoro; Diritto dell'economia; Sociologia generale.
Gli obiettivi formativi del Corso sono:
fornire ai dottorandi una formazione facilmente spendibile nei settori della ricerca e delle istituzioni nazionali e internazionali; integrare una solida preparazione teorico-concettuale con la padronanza delle metodologie di ricerca, compreso l'uso consapevole delle lingue dell’Unione Europea, per favorire la capacità di interpretare in modo innovativo i problemi e le trasformazioni della società contemporanea.
 
                                                                      
Sbocchi occupazionali e professionali previsti
Il Dottorato in Scienze Politiche intende fornire agli studenti, grazie alle competenze interdisciplinari acquisite, adeguati strumenti di conoscenza utili per inserirsi in ambiti professionali che richiedono una cultura tematica e metodologica nel campo delle scienze politiche e sociali, unita a versatilità applicativa e capacità di affrontare, analizzare e risolvere problemi complessi. Tali conoscenze e competenze si rivelano idonee non solo per proseguire la ricerca in ambito accademico ma anche per inserirsi all’interno di organismi direttivi e di governo delle istituzioni internazionali, nazionali e locali, nelle aziende, nelle organizzazioni non governative e nelle associazioni del terzo settore.
Il conseguimento del dottorato, in definitiva, sviluppa un profilo di eccellenza competitivo a livello nazionale e internazionale.
 
 
Tema centrale del Dottorato
 
Il tema centrale del Dottorato in Scienze politiche sarà declinato a partire dalla crisi generalizzata del modello democratico, che è divenuta un’evidente «crisi di fiducia nelle istituzioni politiche». In questo contesto i populismi e i sovranismi sono riusciti a guadagnare ampi consensi nella stragrande maggioranza della popolazione dei paesi occidentali che appare sempre più impaurita e sfiduciata. Occorre sviluppare un’innovativa analisi del modello di democrazia rappresentativa e partecipativa efficace per il ventunesimo secolo, senza tralasciare gli effetti dispiegati dalla globalizzazione. Sotto quest’ultimo versante, in particolare la crisi della sovranità statale, vale a dire, del dipanarsi della dialettica che ha accompagnato, e accompagna, lo sviluppo storico delle istituzioni, della società civile e della società politica, e del rapporto tra queste.
Nelle regimi democratici occidentali del Novecento le norme costituzionali, le leggi e le sentenze delle Corti Costituzionali o Supreme hanno preservato a sufficienza l’eguaglianza formale della rappresentanza politica in base al principio di un uomo, un voto. Malgrado ciò, la democrazia pluralista, la quale si risolve nella lotta di forti minoranze per impedire che si formi qualsiasi genere di autoritarismo risulta, ai nostri giorni, piena di lacune e difetti. Questa forma di democrazia rappresentativa contemporanea, pur ostacolando in maniera efficiente lo strapotere della minoranza o viceversa delle maggioranze diffuse ha portato al dominio delle minoranze concentrate su un obiettivo comune, la difesa degli interessi di parte. Per lungo tempo nel ventesimo secolo le socialdemocrazie e i partiti progressisti si sono battuti per una regolamentazione dei sistemi pluralistici, vale a dire per un liberalismo riformatore nel quale l’intervento positivo dello Stato tendesse al riequilibrio dei singoli interessi in campo, all’aggregazione degli interessi diffusi attorno al bene pubblico e all’affermazione della libertà effettiva dei cittadini.
Le democrazie rappresentative che hanno offerto per decenni elevate garanzie nel mantenimento dei diritti politici primari dei cittadini, quali l’universalità del suffragio e la libertà di espressione e associazione, negli ultimi tempi hanno mostrato sempre più spesso serie difficoltà nel contenere in limiti accettabili la diversa distribuzione delle risorse economiche e sociali quali la ricchezza, lo status, la conoscenza, il reddito, l’istruzione superiore. Risorse sociali facilmente trasformabili in risorse politiche, poiché chi le possiede si trova in grado di influenzare agevolmente i comportamenti politici degli altri cittadini, stravolgendo in maniera effettiva il principio democratico dell’eguale rappresentanza.
La questione politica chiave dell’ultimo decennio risulta essere quella delle eccessive aspettative riposte dalle élites nella forma di governo liberal-democratica. Tutto ciò che nell’analisi politica veniva consentito e spesso giustificato ad altre forme di governo non è adesso più concesso dalle classi medie alla democrazia contemporanea. Gli esponenti politici e gli intellettuali che criticano alla radice l’attuale assetto sistemico, consolidato dalla fine della Seconda Guerra mondiale, partono dalla considerazione, ampiamente condivisa nell’opinione pubblica, secondo cui i cittadini non hanno alcuna parte nei processi decisionali, su come le politiche pubbliche vengono decise e come la governance viene effettivamente svolta, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, e di conseguenza, non possono e non devono fidarsi delle élites politiche e burocratiche.
Se la fiducia dei cittadini nei regimi democratici risulta profondamente in crisi nella dimensione dello Stato, le cose sono ancora peggiori nel quadro sovranazionale. I problemi epocali della società attuale, come ad esempio l’immigrazione, il terrorismo internazionale, la criminalità organizzata su larga scala, l’approvvigionamento energetico e il cambiamento climatico hanno evidentemente una dimensione globale. Questa prospettiva richiede un ripensamento delle storiche categorie, dando più spazio alla società e alla sua partecipazione politica; ma anche a riconsiderare la rappresentazione e i modelli organizzativi. Nell’ambito dell’Unione Europea, ad esempio, è necessario capire in che modo sia possibile soddisfare tale necessità, considerando che l’Unione è un unicum, non paragonabile a uno Stato sovrano federale, né alla classica organizzazione internazionale. In questo contesto, pertanto, la democrazia non può (ancora) essere basata sul diritto all’autodeterminazione del popolo, come negli Stati nazionali.
Partendo dai singoli settori di ricerca e dalle aree scientifiche (ERC) delle Scienze politiche, sociali, storiche, e giuridiche, facenti parte il Corso di Dottorato, si ritiene di perseguire una finalità di ricerca innovativa nell’ambito di un confronto serrato tra democrazia rappresentativa e forme di democrazia diretta e partecipativa, anche a livello europeo e globale, in grado di instaurare nuove modalità nella ricostruzione della fiducia nelle istituzioni politiche. Per raggiungere questo obiettivo è necessario combinare lo studio teorico sulla «fiducia e sfiducia nei governi e negli Stati» con l’analisi storica della correlazione tra conoscenza, consapevolezza e «sfiducia nella governance internazionale». Per questi motivi, il Dottorato in Scienze politiche ha l’ambizione di combinare questi due approcci e di stabilire indicatori e parametri di tali fenomeni, con una serie di studi in ambito storico, giuridico, politico e sociale anche attraverso una ricerca applicata e rivolta agli studiosi e ai principali attori del dibattito pubblico italiano. Inoltre, si intende collegare il tema della sfiducia e dell’attuale mancata rappresentanza non solo alla contingenza economico-sociale legata alla crisi, ma anche all’insufficiente visione etica inerente l’Unione europea. In questo modo, sarà possibile comprendere in modo più efficace il fondamento dell’odierna ribellione populista contro le istituzioni democratiche, indagando a fondo sul divorzio tra «fiducia politica e sovranità popolare».
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